Discorso del Sindaco di Lecco Mauro Gattinoni in occasione del 25 Aprile 2026 nell’81° Anniversario della Liberazione

Buongiorno e benvenuti a tutti voi!
Un saluto a Sua Eccellenza il Signor Prefetto di Lecco Paolo Ponta, al Vicepresidente della Provincia di Lecco Mattia Micheli, al Presidente dell’Anpi di Lecco Enrico Avagnina, alle numerose rappresentanze e autorità politiche e civili che hanno voluto presenziare (Parlamentari, Consiglieri regionali, provinciali e comunali, Assessori, Presidente della Comunità Montana), Autorità militari (Sig. Questore di Lecco, Comandante dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, dei Vigili del Fuoco, Comandante della Polizia Locale e Provinciale) e autorità religiose (Vicario Episcopale Mons. Gianni Cesena, Don Bortolo Uberti), le Associazioni d’Arma e dei familiari dei caduti e dispersi in guerra.
Un saluto a tutti voi, cittadini lecchesi, che animate oggi questa splendida piazza, che sa di primavera, che sa di libertà!
Celebriamo oggi il passaggio fondativo della nostra identità democratica, perché il 25 Aprile rappresenta, insieme, la fine della dittatura nazifascista e l’inizio concreto di un cammino collettivo fatto di libertà, diritti, responsabilità e partecipazione, cioè di tutto ciò che ancora nel presente, a 81 anni di distanza, tiene insieme la nostra comunità.
In questo anno, 2026, il calendario istituzionale celebra il grande evento del voto per il referendum del 2 giugno che sancì la nascita della Repubblica, e l’elezione dell’Assemblea costituente. Votazioni a suffragio universale, con voto esteso, per la prima volta, anche alle donne! In municipio abbiamo allestito una bellissima mostra in proposito che vi invito a visitare.
Per noi lecchesi vi sono altre due ricorrenze importanti:
– il cinquantesimo anniversario di quella medaglia che splende sul gonfalone civico dal 1976, la medaglia d’argento al Valor militare per la Resistenza;
– e l’ottantesimo anniversario della prima elezione del Sindaco della nostra città, nel dopoguerra.

Allo stadio di Lecco nel 1976 Sandro Pertini, allora presidente della Camera e futuro Presidente della Repubblica, ha riconosciuto il contributo dato da tante donne e uomini lecchesi alla lotta di Liberazione, tra sacrifici, deportazioni e vite spezzate. Una onorificenza che continua a ricordarci da quale parte della storia abbiamo scelto di stare e da quale parte vogliamo continuare a stare.
In questi anni, abbiamo voluto tenere unito storia e presente, anche attraverso segni concreti nello spazio pubblico, perché la memoria non resti confinata nei libri, ma continui a parlare alle persone nel quotidiano, a interpellare le coscienze, a coinvolgerle.
Abbiamo posato nelle nostre vie delle pietre d’inciampo, che raccontano le storie di chi è stato deportato e non è tornato, ma permane come nostro migliore compagno di viaggio nel percorso della democrazia.
Così pure in questi anni abbiamo titolato tre spazi pubblici a persone lecchesi esempi nella lotta di liberazione: il piazzale della Piccola intitolato al grande alpinista e partigiano Riccardo Cassin (comandante della brigata rocciatori); il piazzale dei Piani d’Erna, il più alto
della città, intitolato alla partigiana antifascista e combattente Francesca Vera Ciceri; e presto uno spazio pubblico, su proposta dei sindacati Cgil e Cisl dedicheremo a Pino Galbani. Pino Galbani è stato protagonista degli scioperi del 7 marzo 1944, quando partecipò alla protesta operaia per un giusto salario e per la pace, fu arrestato dai nazifascisti e deportato nel campo di sterminio di Mauthausen. Una volta liberato, dedicò la sua vita alla testimonianza diretta, in particolare incontrando gli studenti. A lui Lecco deve molto.
Ottantuno anni fa terminava la scia di sangue del regime fascista. Il periodo più terribile e vergognoso della nostra storia. E oggi, col senno di poi, ai più giovani viene quasi da domandarsi come mai persone intelligenti, lavoratori, intellettuali, un popolo intero a un certo punto si sia trovato dentro l’orrore del nazifascismo, come abbia potuto volerlo, sceglierlo, inneggiarlo.
Guardate, il regime non si è imposto all’improvviso, ma si è insinuato progressivamente, scientificamente, svuotando le istituzioni, comprimendo le libertà, perseguitando o ridicolizzando il dissenso, introducendo leggi razziali e trascinando il Paese dentro la tragedia
della guerra.

Ecco, la storia ci insegna che la democrazia non viene meno in un solo istante, ma si logora lentamente, si consuma dall’interno, si piega passo dopo passo, nel lasciare cadere un principio, nel non reagire a un’ingiustizia, nell’assopirsi nell’indifferenza.
Pensiamo a noi stessi, alla nostra reazione di fronte ai fatti del mondo attuale (dall’Ucraina a Gaza all’Iran). All’inizio restiamo sbalorditi davanti ad una politica che assume le forme impazzite del caos; ma basta il passar del tempo e, quasi senza accorgercene, rischiamo di
abituarci progressivamente a quel linguaggio sempre più duro, più volgare, intriso di minacce e di violenza inaudita. Arriviamo quasi a “normalizzare” atti o gesti inaccettabili offensivi del pensiero, dell’etnia, della religione, quali fossero iperboli retoriche dovute a profili più o meno bizzarri del potente di turno.
E ancora, facciamoci caso: quando il dibattito pubblico si impoverisce, o si involgarisce, quando il diverso viene ridicolizzato, quando la verità viene prima manipolata e poi ridotta a slogan, quando si ritiene che le istituzioni, anche quelle internazionali, siano un ostacolo e non una garanzia; quando anche la violenza viene istituzionalizzata.
Ecco, fermiamoci! Perché quando iniziamo ad accettare tutto ciò come “normale” o come “passeggero”, come “lontano da noi”, è esattamente quella la prima crepa che fessura lo spirito democratico: è lì che la democrazia comincia a indebolirsi.
E in quella crepa penetra il tarlo del populismo e della demagogia, con la sua stupida immediatezza, con la sua abilità di occultare problemi complessi dietro parole d’ordine ad effetto, o sventolando un repertorio di soluzioni facili che, nella realtà, semplicemente non esistono.
Attenzione! Quando la politica rinuncia alla fatica della complessità e sceglie la scorciatoia della propaganda, tradisce la democrazia.
Ancor più oggi, nella nostra epoca intasata dai social e dove anche l’informazione professionale fatica a emergere con autorevolezza, dove governa l’immagine, siamo ancora più esposti al veleno della banalità che tradisce la verità; siamo esposti a formule a buon mercato che scavalcano qualsiasi ragionamento, qualsiasi logica, ma sollecitano dritte una reazione d’impulso, emotiva, anche nel voto. E in quel momento la democrazia avrà perso.

Ecco, noi, cittadini lecchesi del 25 aprile 2026 che ci diciamo Partigiani della Costituzione, dobbiamo essere consapevoli che la nostra Resistenza è difendere la democrazia dalla superficialità.
Perché oggi non c’è alternativa: amare la democrazia è amare la complessità!

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A Lecco, quella rinascita democratica del dopoguerra, lo ricordavo, ha vissuto un momento preciso: le elezioni comunali del 24 marzo 1946, quando per la prima volta anche le donne lecchesi parteciparono al voto.
28.000 lecchesi chiamati alle urne, con una partecipazione che sfiorò il 90%, segno di un popolo che, dopo anni di dittatura, sentiva il bisogno di tornare a scegliere, di tornare a contare, di tornare a essere comunità politica.
Nacque la prima amministrazione democratica della città, guidata dal Sindaco Giuseppe Mauri, socialista, uomo della Resistenza e membro del Comitato di Liberazione Nazionale, e da esso già nominato sindaco nella primavera del 1945, un uomo ponte tra la lotta di Liberazione e le nuove istituzioni cittadine.
Ricordare oggi il primo sindaco di una Lecco finalmente democratica significa ricordare che la democrazia vive della vita di persone concrete, di chi, ora come allora, continua a prendere scelte nell’interesse degli altri, di chi assume responsabilità in momenti difficili, di chi agisce per un unico scopo: migliorare la vita delle persone.
Da sindaco, potete immaginare, il sentimento che provo in questo momento, non tanto per ciò che rappresenta per me, ma per ciò che rappresenta per 80 anni di storia democratica della nostra comunità.
Perché la fascia tricolore non appartiene a chi la indossa, ma alla città che rappresenta, appartiene alla storia che ci precede e a quella che è ancora da scrivere. Per un sindaco, questi tre colori sul cuore, rappresentano l’onore di poter servire la propria città.
Immaginando una staffetta ideale tra i 16 sindaci di Lecco che mi hanno preceduto, dal 1° dopoguerra ad oggi, permettetemi di ricordarne uno solo, con un pensiero delicato e colmo di rispetto, a 50 anni esatti dalla sua tragica scomparsa, il Sindaco Ugo Bartesaghi. Uomo amato, di profonda capacità politica, artefice di azioni concrete ed immediate di grande generosità, come in occasione dei soccorsi agli alluvionati del Polesine. Un uomo che è stato un dono grande per la nostra città, e insieme esempio della nostra fragilità umana.
Un’ultima citazione di sindaci, mi porta ora molto lontano da qui, in un comune di 33 mila abitanti, con il quale Lecco ha scelto di gemellarsi: siamo nel territorio della Palestina, e il comune è Betlemme. Porto vivo nel cuore il viaggio del febbraio scorso e l’incontro intenso con il sindaco Maher Nicola Canawati in uno dei momenti di tregua dalla tragedia palestinese, prima che riprendesse l’abisso della guerra. Nel gemellaggio con Betlemme, nel crocevia del mondo, nel suo intreccio di valori, di religioni, in secoli di contese e di riscatto, la Città di Lecco afferma ancora, dopo 81 anni, quella chiara scelta politica nel senso più alto del termine, una scelta ostinata per la pace, una scelta assoluta per l’uomo, una voce di speranza perché venga presto il loro 25 aprile!
In conclusione, per noi la Festa della Liberazione non significa soltanto ricordare, ma agire, assumersi fino in fondo la responsabilità cui siamo chiamati oggi nei confronti di quell’umanità libera e democratica che vogliamo costruire.
Democrazia sono le scelte che facciamo e le scelte che faremo, che dicono chi siamo e chi saremo, da che parte della storia stiamo e staremo.
La libertà che celebriamo oggi continua a vivere nelle scelte di ciascuno di noi.
Viva Lecco, Viva l’Italia, Viva il 25 Aprile!

Grazie.

Mauro Gattinoni
Sindaco della Città di Lecco